Mi guardo attorno, li vedo e vorrei sparire. I compagni di corso, ma soprattutto QUEI compagni di corso. Quelli che ti sembrano tutti figli di papà, quelli che il rispetto verso i professori nemmeno provano ad averlo, quelli rumorosi e fastidiosi, quelli che verrebbero con gli occhiali da sole anche ci fosse la nebbia.
Quelli che non vorresti MAI incrociare per strada. Fatalità.
"Ciao!"
"Ciao..."
"Anche voi qui?"
"Essì."
Silenzio.
"Comunque piacere, XXX"
"Piacere, Claudia."
"Ma tu sei di Padova?"
"Sì, Padova Padova, da quando sono nata. Tu? Capito.... E tu? Bene."
"E con chi sei qui?"
"Oh, è un caso che sia qui. Con mio fratello ed amici, comunque. Eravamo a pranzo con parenti vari, sai sono venuti a trovarci per Natale." (è palese che stia allungando con dettagli extra cercando di trovare qualcosa di interessante per fare conversazione con scarsi risultati.)
Silenzio.
Mi sento a posto, il mio dovere l'ho fatto, spinta da mio fratello ma l'ho fatto: dopo un saluto frettoloso a distanza mi sono convinta ad avvicinarli. In fondo dovrò passarci insieme cinque anni, in fondo se non li conosco non potrò mai conoscerli davvero, in fondo probabilmente mi sbaglio nei pregiudizi, in fondo non parlarci almeno cinque minuti sarebbe come fare finta di non averli mai visti.
Sorrido, cerco di sentirmi parte di loro per quei pochi minuti di conversazione, rido se serve, quasi sempre forzatamente , alla prima stronzata o cosa vagamente simpatica che dicono. Ma niente.
Desolazione, silenzio, sorrisi tirati ed il ghiaccio. Il ghiaccio sono loro, il ghiaccio sono io.
Si prova perfino con le battute attinte dal terreno di battaglia comune, ma l'università ed i professori sono un argomento che suscita poca ilarità. O forse ne avrebbero tante da dirne ma non a me.
Mi guardo attorno, sperando nella salvezza da parte di mio fratello ancora troppo distante.
Tutti brindando, tutti ridono, chi più chi meno sotto gli effetti dell'alcool, tutti evidentemente divertiti gli uni dagli altri. Se mi guardano, per sbaglio o per caso, sorridono forzatamente, forse imitando alla perfezione il mio sorriso in quei momenti.
Riprendono le loro cavolate, continuo a sorridere e ridere se opportuno, cercando di cogliere lo spirito della compagnia. In realtà mi sembrano tutti così distanti da me, incompatibili.
Il disagio cresce enormemente di secondo in secondo con il crescere del mio silenzio.
Non ce la faccio e mi allontano furtivamente. Probabilmente non se ne accorgerà nessuno e anche se lo facesse non dirà niente, né tanto meno se ne importerà. E così accade.
Tornata dal mio gruppo iniziale, passando per andare altrove li saluto. Ho l'onore di ricevere in cambio una sola risposta. Gli altri probabilmente non si ricorderanno neppure di avermi incontrata, forse nemmeno quello.
Mi allontano col gelo, la delusione, la noia, l'amarezza ed uno strano eco di apatia che aleggiano dentro. In quel momento sprofondo dentro ai miei pensieri e risulto assente per il resto della serata, ripensando a quanto visto, detto, fatto ed udito.
Un'esperienza vissuta questa sera, un'esperienza che sto rivivendo spesso, pi o meno intensamente.
Profonda noia, desolazione, freddezza, disagio ed apatia mi costringono al silenzio con un numero sempre maggiore di persone.
Tremo al solo pensiero dei ritrovi per gli auguri prima delle feste, per tutti gli sforzi che dovrò fare per sorridere, per non apparire annoiata, per risultare se non simpatica dilettevole e non del tutto noiosa.
Quanto a lungo dovrò fare finta di trovarmi bene nascondendo l'insofferenza? Quante auguri dovrò prodigare perchè è tradizione e dovuta cortesia?
L'educazione si paga con l'insofferenza edil disagio.
appuntato da ShinyRose
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sensazioni di un attimo, anomali comportamenti, amaro in bocca, universistando