Lei sorrise e, dopo aver tenuto lo sguardo verso il suolo per tutta la durata delle parole di lui, ritrovò la stabilità d'animo necessaria per guardarlo negli occhi. Ne vedeva attraverso, studiandoli forse per la prima volta oggettivamente, così distante dai rari sogni che si era concessa su una loro possibile storia. Li vedeva freddi, vitrei, privi di alcuna profonda emozione, visibilmente non toccati da quell'ondata emotiva che in quel momento aveva investito lei. Era palese il suo disinteresse.
Se ancora stava lì di fronte a lei era per pura cortesia, dettata forse da un'educazione bene impartita, e per una fredda pietà che gli era stata insegnata da una religione a cui era stato forzato sin da piccolo e alla quale non si era mai ribellato.
Eppure, nonostante lei facesse di tutto per assumere quella maschera composta che in qualche modo era riuscita a ricreare sul suo viso, i suoi occhi, di quel marrone caldo che talvolta prende le sfumature dell'oro ed altre quelle del rosso, i suoi occhi dicevano tutto.
Lui doveva essersi reso conto della forza che lei aveva condotto tutta in quel silenzioso gesto, e forse per un attimo ne ebbe paura, o rispetto, tanto da abbassare il suo di sguardo.
"Pazienza." Commentò lei improvvisamente, con un tono di voce così calmo da fare per un attimo sospettare a chi le stava di fronte dell'esattezza delle emozioni che aveva tratto da quegli occhi che lo fissavano.
"In fondo dovevo aspettarmelo..." Continuò lei ancora. Furono queste parole aggiunte alle prime che destarono in lui la curiosità di studiare le espressioni del viso di chi le pronunciava.
E così fece, fissandola ancora e scoprendo gli occhi di lei, che immaginava ancora su di sé, così distanti in realtà dalla sua persona da potersi chiedere a cosa lei stesse pensando. Lei non era più lì, vicina a lui. Lei era lontana, persa in qualche luogo a lui sconosciuto, persa in qualche ricordo a lui non accessibile. Il suo comportamento gli diede quasi fastidio: era così sicuro di essere stato al centro delle attenzioni di lei per diverso tempo, almeno un paio di mesi ed ora, lusingato e perso in quella piccola vanità che colpisce ogni essere umano quando una cosa simile accade, si sentiva come un attore declassato al ruolo di semplice comparsa. Non riusciva a tollerare in quel momento lei, nei suoi confronti niente se non un mezzo di accrescimento della propria autostima, che ora aveva trasformato lui nel contorno della sua vita riprendendosi nuovamente il palcoscenico.
"Te lo aspettavi?" Azzardò allora lui continuando a fissarla, ora con fare perplesso, simulando però una voce colma di lodevole pietà così da lavarsi la coscienza nel momento in cui si sporcava del sangue di quel delitto. Poi tacque e non aggiunse altro. Aveva ottenuto il suo scopo, lei si stava voltando verso di lui.
In realtà lo irritava quella leggerezza con cui lei riusciva a continuare a guardarlo nonostante la situazione imbarazzante, quasi non fosse stata toccata dalla decisione di lui.
Anche se non avrebbe mai ammesso nemmeno a se stesso un pensiero di così meschina vanità, avrebbe dato qualsiasi cosa pur di sapere che lei stava soffrendo in quel momento.
E infine ci arrivò anche lui e comprese quel viso, in principio così inaccessibile, decifrandone ogni piega, ogni lineamento.
Quel sorriso, cucito in una piega così tesa ed innaturale della bocca, portava una vaga ironia amara, decisamente amara, mista ad una malinconia mal celata. Decisamente non c'era felicità in quell'espressione.
E gli occhi, quei suoi occhi marroni che a vederla la prima volta aveva apprezzato, erano bene spalancati di fronte a lui, scintillanti come mai li aveva visti prima, evidentemente sfiorati da una superficie brillante, coperti da quella patina di diamante che ne velava quasi il colore facendone due specchi.
Quelle erano lacrime trattenute, e lui, sebbene appagato il suo narcisismo, non riusciva a non provare fastidio per il modo in cui lei si permetteva di piantargli in viso le sue lacrime, incolpandolo definitivamente di quel delitto che ora pesava su di lui. Era sfrontatezza che non avrebbe dovuto permettersi nei suoi confronti, una sfrontatezza che tuttavia riusciva a farlo sentire piccolo e cattivo.
Si costrinse a sorridere, nonostante quelle sensazioni così contrastanti, mentre lei scrollava le spalle in tutta risposta alla domanda che lui le aveva posto.
Una scia di luce le rigò la guancia, ma lei non fece niente per disfarsi di quella goccia che in brevi istanti le aveva attraversato il viso correndo fino al mento. Il suo orgoglio non le permetteva di fermare quella reazione spontanea, come se non volesse mostrarsi in disaccordo con se stessa.
Lasciò che solo una ne cadesse, continuando a fissare lui che, per la prima volta da quando si erano conosciuti, le pareva stupido, privo di parole sensate, privo di quella sensibilità che le avrebbe lasciato il suo orgoglio. E' con quel pensiero in testa che allargò il sorriso sulle sue labbra, non senza uno sforzo enorme.
Si concesse il tempo di trovare le forze ed infine lo disse, questa volta sorridendo per davvero: "Evidentemente non sei pronto per dominare il mondo insieme a me." Non attese altro dopo le sue stesse parole, comprendendo di essere capace di controllare le proprie reazioni solo per un tempo limitato.
Gli diede le spalle, incurante di quel che lui potesse pensare in quel momento. Ormai non aveva più senso chiederselo.
Con un "ciao" lei pose fine a quel dialogo, infrangendo quel momento di tensione come si farebbe con uno specchio. Il tono era quello di sempre, forse un po' più velato da quella malinconia ben comprensibile da entrambi in quell'istante. Poi, senza attendere risposta, cominciò a camminare andandosene.
Lo lasciò lì, immobile, ad osservarla allontanarsi.
Questo lui non glielo perdonò mai: era uscita di scena come un'attrice al suo ultimo debutto. Il suo passo sicuro, quel suo ultimo saluto così banale, così comune, quel suo non attendere risposta, ma soprattutto quelle parole che lei gli aveva detto. Tutto questo gli bruciava immensamente e per diversi attimi non riuscì a formulare niente nella sua mente se non accuse da rivolgerle: sfrontatezza, impudenza, superbia. Era lei in realtà l'assassina per averlo trattato così, per averlo fatto credere in colpa, per avere fatto sempre finta che lui importasse quando lei, invece, pensava solamente a se stessa. Eppure dentro di sé sapeva che quelle erano tutte attenuanti della sua condotta, del suo rifiuto verso di lei.
In quel momento non poteva trovare altro che giustificazioni verso se stesso.
Ci mise del tempo ad ammetterlo, ma in realtà, guardandola allontanarsi, comprese quanto poco aveva capito di lei, e quanto distante fosse lei dall'immagine che lui si era fatto nella mente in tutti quei mesi.
appuntato da ShinyRose
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